La decenza di tacere


Riguardo alla storia della Sea Watch, come al solito in questi casi, l’opinione pubblica si è spaccata in due: “buonisti” contro “cattivisti”, progressisti contro conservatori, innocentisti contro colpevolisti. Sono felice di scoprire ancora una volta che le mezze misure sono sparite, come le mezze stagioni, e che nessuno, né da una parte né dall’altra si faccia venire il minimo dubbio cercando così di comprendere anche le ragioni dell’altro.

“Affondiamo la nave”, ho letto e sentito da qualche parte. A queste persone fornirei un sottomarino con siluro in canna e un telecomando e gli direi: “Ne hai l’opportunità; schiaccia il pulsante”. Voglio vedere quanti sarebbero capaci di farlo! Come scrisse De Andrè c’è “differenza fra idea e azione”. Sono convinto che la maggior parte di quelli che blaterano a vanvera di affondamenti, sventagliate di mitra e quant’altro sarebbero poi i primi a prestare soccorso a queste persone. Perché di persone si tratta anche se spesso si dimentica questo particolare. Il loro sangue è rosso come il nostro, le loro lacrime sono salate come le nostre. “Sono tutti dei delinquenti”, ho letto anche. Ce ne saranno, altri potranno diventarlo, altri ancora cercheranno di vivere onestamente; è una considerazione che si può fare di qualunque gruppo umano. Se avete evaso le tasse, non siete migliori del borseggiatore extracomunitario che vi ha rubato il portafoglio in metropolitana; se non timbrate il cartellino, non siete migliori del “negro” che avete sorpreso a svaligiare il vostro appartamento.

“Accogliamoli tutti”, dicono i “buonisti” di turno. A queste persone, invece, chiederei di ospitare uno di questi migranti, anche per una sola notte, a casa loro. “Accogliamoli tutti” è una bella frase, nobile, propositiva, ma spesso funziona solo se ad accoglierli sono gli “altri”, questi famosi altri spesso indefiniti ed eterei come nella famosa storiella di “Ognuno, Qualcuno, Ciascuno e Nessuno” dove, alla fine, “… ognuno incolpò qualcuno perché nessuno fece ciò che ciascuno avrebbe potuto fare”. Mi ricordo un freddo inverno di qualche anno fa. Un giorno, come per magia, si era materializzato un ragazzo rumeno su una panchina della piazzetta vicino casa. Era venuto in Italia in cerca di un lavoro e come risultato si era fatto rubare tutti i soldi. Nel mio quartiere era iniziata una gara di solidarietà a cui tutti hanno contribuito con coperte, cibo, vestiti. Tutto molto bello devo dire, ma quel ragazzo ha passato ben dieci giorni all’addiaccio prima che gli “altri” di turno (istituzioni, Caritas e quant’altro) gli fornissero un tetto sopra la testa. Dieci giorni di notte al gelo. Io, come tutti nel quartiere, potevo essere l’altro che avrebbe potuto offrirgli un riparo e non mi voglio trincerare dietro alle frasi di comodo del tipo “non ho spazio in casa”. Fosse stato un mio amico o un mio parente non avrebbe dormito fuori, al limite gli avrei pagato un albergo. Chiedo quindi, cortesemente, ai vari proseliti dell’ ”accogliamoli tutti” di tacere se non hanno come minimo una cantina o un garage nel quale ospiterebbero un uomo, una donna o un bambino stremati dal caldo o dal freddo e dalla fame.

Se “salviamoli tutti” non è nemmeno da mettere in discussione, “accogliamoli tutti” non può funzionare per problemi logistici, economici e, spesso, anche umanitari. Che senso avrebbe un’accoglienza degna di questo nome se poi li facessimo vivere in quelle specie di campi di concentramento chiamati campi profughi? Che senso avrebbe parlare di accoglienza se poi li lasciamo alla mercé di un Carminati (il boss di Mafia Capitale) o di un “caporale” che li fa lavorare per 10 o 12 ore al giorno, con una paga che oscilla tra gli 80 centesimi e i 2 euro e mezzo l’ora? “Accogliamoli tutti” dite, bene, ma poi seguiamoli lungo tutto il percorso di integrazione che meritano in quanto esseri umani, non accontentiamoci solo di vederli sbarcare perché quello è solo l’inizio della loro storia del nostro paese non la fine. Chi la pensa diversamente sta solo strumentalizzando la situazione per fini politi o economici.

“Spero che ti violentino”, ho sentito dire da alcune “persone” (le virgolette sono d’obbligo in questo caso) all’indirizzo della comandante della Sea Watch, Carola Rackete. “Parole che sfuggono nell’empito dei sentimenti” avrebbe detto Brancaleon da Norcia. Nel caso così non fosse, a scopo didattico, non mi dispiacerebbe fare provare loro una sodomizzazione come si deve, giusto affinché si rendano conto di ciò che hanno augurato a questa ragazza. Qualunque sia l’idea con cui si approccia il problema “migranti”, Carola ha dimostrato che esiste ancora qualcuno con degli ideali e che per questi ideali è disposto a pagare di persona, come è avvenuto. Oggi “mezza Europa” chiede il rilascio di questa ragazza; deve essere quella stessa “mezza Europa” che in precedenza ha fatto finta di non vedere e non sentire nulla, quella stessa “mezza Europa” che ha pensato che il problema lo avrebbero risolto gli “altri” cioè l’Italia. “Condannatela”, dicono i “cattivisti” che non sanno cosa sia un ideale; “Rilasciatela” dicono i “buonisti” che fingono di non sapere che ci sono delle leggi e che Carola le ha violate. D’altra parte se non avesse avuto niente da perdere, se in l’Italia non ci fossero delle leggi sull’immigrazione, sarebbe stato considerato un atto eroico quello del capitano della Sea Watch? Un ideale ha sempre un prezzo e “sfortunata è la nazione che ha bisogno di eroi”. Adesso sarà compito della magistratura decidere entro che limiti le leggi possono essere infrante e, se tutto può sembrare già chiaro, sia ad una fazione che all’altra, ci sono parecchie cose ancora da verificare. “In prigione e buttate via la chiave”, dicono ancora i “cattivisti” per i quali Carola sarebbe stata colpevole anche solo per averci provato, dimostrando in ogni caso il coraggio che a loro manca; “Liberatela senza se e senza ma”, dicono ancora i “buonisti” dimenticando, nell’affannosa ricerca dell’ “altro” in grado di assumersi gli oneri delle loro scelte, che i se e i ma ci sono sempre. La magistratura ha tutto il diritto, anzi il dovere di indagare, di cercare risposte. Per quale motivo, per esempio, i migranti sbarcano sempre in Italia e non in Tunisia le cui coste sono di certo più vicine alla Libia? Se poi si dovesse scoprire che esistono connivenze fra i trafficanti di uomini e le ONG, vi prego, date a me la chiave della cella di Carola: la butto via io. Fino ad allora per me resta una persona con degli ideali che percepisce un regolare stipendio, come gli altri membri dell’equipaggio, per fare un lavoro socialmente utile.

In attesa del pronunciamento della magistratura, mi resta l’unica certezza che ci siamo dimenticati di nuovo di loro, dei migranti. I veri protagonisti di questa tragedia non sono politici che salgono sulle navi per tentare l’ennesima strumentalizzazione, non è Carola con la sua nave, non sono gli imbecilli che vorrebbero che fosse violentata e non lo sono i “buonisti” sempre pronti a dire, ma non a fare, sono le centinaia di migliaia di disperati che sono costretti a lasciare il loro paese. Quando io, per motivi studio, ho lasciato il mio piccolo mondo nella Valle Alcantara, ho pianto calde lacrime; non posso nemmeno lontanamente immaginare quale sia lo stato d’animo di gente che lascia la propria terra nella speranza di una vita migliore che spesso si rivela solo un’utopia. Di loro alla fine ci dimentichiamo sempre; qualcuno lo fa perché il problema non è suo, qualcuno lo fa perché è il problema di un altro. E le cause di tutto questo? L’Africa è uno dei paesi più ricchi di risorse minerali e gli africani, in un certo senso, stanno facendo la fine degli Indiani d’America, anche loro cacciati, sia pure per motivi diversi, dalle loro terre. Multinazionali, faccendieri, speculatori, neocolonialisti, arrivisti, pochi di buono, folli hanno innescato se non determinato le condizioni che hanno fatto diventare l’Africa il continente che noi conosciamo: una ricca polveriera piena di poveri che combattono altri poveri. Le navi che andavano affondate erano quelle dell’uomo bianco che, mosso dalla sete di potere e di denaro, andava a colonizzare e quindi schiavizzare popoli inermi e pacifici. I figli dei figli di questi primi colonizzatori, colonizzatori anch’essi anche se in altre forme, vivono in quella “mezza Europa” che si permette oggi di dare consigli o di criticare.

Con le mezze stagioni è sparita anche la decenza di tacere.

Nino Miano



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